Corigliano Rossano

Il nuovo comune è stato istituito il 31 marzo 2018, dalla fusione delle due cittadine di Corgiliano calabro e Rossano. Il monumento più rappresentativo di entrambe è l'Abbazia del Patire, dedicato originariamente a S. Maria Nuova Odigitria, venne fondato da San Bartolomeo di Simeri tra il 1101 e il 1105, fu poi conosciuto col nome di Pathirìon, cioè "Monastero del Padre" in onore del suo fondatore. Si trova su una propaggine della Sila Greca, tra una folta vegetazione e un'incantevole pineta. Curiosamente, quando si giunge sul luogo, è la parte posteriore che appare per prima, con tre absidi decorate da arcate in pietra e cotto, dal disegno armonico ed elegante; la facciata ha un portale quattrocentesco ad arco acuto, due monofere, un loculo moderno e uno antico. I resti del chiostro, risalente come il campanile all'epoca normanna, e i ruderi del vecchio monastero danno l'immagine di quanto dovesse essere bello l'insieme delle strutture nel suo pieno splendore. All'interno il magnifico tappeto musivo pavimentale, risalente al XII secolo, con bellissimi mosaici riproducento soggetti particolari: un grifo alato, un liocorno, una pantera, un cervo a testa bassa, un centauro che suona il corno, un centauro che scocca l'arco; tutti di straordinaria policromia ottenuta facendo ricorso all'impiego di tessere marmoree di rocce locali e ciottoli di fiume dai colori e dalle tonalità particolari.

 

ROSSANO.

Fondata dai romani, è un'antica cittadina costruita su un'altura ai margini della Sila Greca. Centro oleario e di artigianato, il paese divenne un'importante centro monastico prima del Mille: qui vennero fondati numerosi monasteri bizantini e si rifugiarono gli esuli dalla Sicilia conquistata dagli arabi. 
Tracce del passato greco, monasteri, chiese cattoliche del '400 e i palazzi barocchi del '700 costituiscono gli elementi principali della visita. Rossano è citata nell'Itinerario di Antonino con il nome di Roscianum, da una voce prediale Roscius. I ritrovamenti effettuati in contrada Sant'Antonio attestano l'esistenza di un abitato romano. 
Nel 548 fu occupato da Totila, poi tornò ai Bizantini, di cui divenne un centro importante e strategico. Dal sec. VIII all'XI ebbe il suo massimo splendore; in seguito appartenne a vari feudatari, tra cui Marzano, gli Sforza, gli Aldobrandini, i Borghese. Subì una grave devastazione dal terremoto del 1836. 
Rossano è la patria del monaco basiliano S. Nilo (circa 910-1004), una delle più eminenti figure del suo tempo, del Papa Giovanni VII (706-07) e di Giovanni Filagato, che divenne l'antipapa Giovanni XVI (997-98).  

​Codex Purpureus Rossanensis.

Dichiarato nel 2015 dall'UNESCO bene appartenente al Patrimonio dell'Umanità ed inserito nella sezione Memory of the World, il Codex è uno dei più antichi evangeliari esistenti al mondo, reso oltremodo prezioso grazie alle sue bellissime miniature. Unico nel suo genere, offre le sue miniature in un continuum esclusivamente visuale, come una serie di affreschi sulle mura di un'antica basilica cristiana, di cui rimangono esempi ben noti risalenti al periodo tra il IV e il VI secolo. Esso presenta i resti di un indipendente ciclo di miniature relative alla vita di Cristo, il più antico rimasto in un manoscritto greco.
È uno dei capolavori della letteratura evangelica. La struttura complessiva del manoscritto mostra che in origine si trattava di un esemplare, in uno o due volumi, dei quattro Vangeli, preceduti dall'indice dei capitula. Con buona approssimazione si può dire che la parte conservata rappresenta circa la metà dell'intera opera.
È costituito da 188 fogli (376 pagine) contenenti l'intero vangelo di Matteo e quasi tutto quello di Marco, I fogli sono di pergamena accuratamente lavorata, tinta di colore purpureo, con discromie, talora originarie, ma, in più casi, dovute a fattori diversi, soprattutto umidità. Deve il nome Purpureus al fatto che le sue pagine sono appunto di colore rosso purpureo. L'inchiostro adoperato è aureo per il titolo e per le tre righe iniziali della prima pagina.

Museo Diocesano e del Codex.

Fu il primo ad essere istituito in calabria nel 1952. Il 3 luglio 2016 è stato inaugurato un nuovo percorso museale basato sulla distinzione di due principali sezioni, una dedicata al Codex, l'altra alla storia della diocesi e della città di Rossano nei secoli, attraverso l'esposizione di opere di varie epoche e tipologie, suddivise in aree cronologiche e tematiche. Entrambi i percorsi sono arricchiti dalla presenza di supporti multimediali per approfondirne la conoscenza (per questo motivo il museo è tra i più tecnologici ed innovativi della regione).

Cattedrale della SS. Madonna Achiropita.

L'esigenza di costruire una nuova cattedrale si presentò quando sul finire dell'XI secolo, Rossano divenne sede arcivescovile. I lavori di ristrutturazione dell'area presbiterale (1993-95) hanno riportato alla luce strutture murarie riguardanti almeno tre edifici sacri databili tra il VI e il XII secolo. A tre navate, conserva al suo interno tantissime opere d'arte oltre all'Icona Achiropita. E' un affresco parietale della Madonna Achiropita, che per tradizione e significato della parola, vuol dire "fatta non da mano umana". La sacra icona, la cui origine è da collocare tra il 580 e la prima metà dell'VIII secolo, è l'immagine della Madre di Dio, Theotòcos, che regge sul braccio sinistro il Messia Bambino. E' una pittura di staordinaria bellezza, di intensa spiritualità, nella quale il sacro si fa arte, entro vibrazioni e suggestioni orientali e bizantine.

La popolazione rossanese attribuisce alla Vergine Achiropita diversi interventi miracolosi a protezione della sua città: dall’invasione dei saraceni, intorno al 954, fino al terremoto del 1836. Sarebbe apparsa loro vestita di porpora con in mano una fiaccola; i saraceni, attoniti, si sarebbero spaventati e si ritirarono. Nel XVII secolo protesse Rossano dalla peste, che imperversava nei dintorni, e anche dal terremoto del 1783 che fece solo dei danni molto lievi. Quando nel secolo XIX i francesi invasero la Calabria non potendo impadronirsi del tesoro della cattedrale, perché era stato nascosto, vollero appropriarsi dell’antica statua d’argento dell’Achiropita. I cittadini si ribellarono ma per evitarlo dovettero consegnare ai francesi tanto argento quanto sarebbe risultato il peso della statua, ma quando si andò a pesare la statua, questa miracolosamente divenne leggera come una piuma, così i rossanesi con poco sacrificio conservarono quel loro tesoro. Rispetto al disastro complessivo causato dal terremoto nel 1836, la popolazione ringrazia la Vergine per l'esiguo numero di vittime umane. Ancora oggi i rossanesi attribuiscono all'intervento della Madonna Achiropita l'assenza di vittime durante la terribile alluvione del 12 agosto 2015.

Oratorio di San Marco.

L'oratorio di San Marco, originariamente dedicato a Sant'Anastasia, ubicato nel quartiere della Grecìa, il più antico della città, risale al IX-X sec. e fu rifondato da S. Nilo di Rossano. Esso era destinato all'ascesi comunitaria (preghiera, lettura dei testi sacri, meditazione, contemplazione e canto corale) dei monaci che vivevano nelle sottostanti grotte ricavate nel tufo. Appartiene alla tipologia degli oratori bizantini a cinque cupole, di cui in Calabria analogo esempio si rinviene nella Cattolica di Stilo (RC) e risale al IX-X secolo. L'edificio consta di due porzioni distinte, la più antica mostra un piano quadrangolare nel quale è inscritta una croce greca, cui in epoca successiva veniva aggiunto sulla facciata opposta a quella triabsidata un vestibolo per conferire più spazio alla chiesa, la quale assunse pianta rettangolare.
L'interno è suddiviso da quattro massicci pilastri a pianta quadrata in nove piccoli quadrati.
Sul tetto a spioventi sono sistemate 5 cupole cilindriche a calotta, ciascuna coronata da un giro di tegole e con monofore (finestrine). La facciata sud-orientale termina con tre absidiole abbastanza pronunziate su ognuna delle quali si apre una bifora (due finestrine gemelle). Orientata da levante a ponente - cioè volta con l'abside a est - la Chiesa all'interno era un tempo ricca di affreschi e pitture andati poi perduti. Rimane un'Odigitria e i resti molto deteriorati di altri due affreschi: quello più antico (fine del X sec.) raffigurante un volto di Santo sul lato destro dell'absidiola di sinistra, e l'altro raffigurante un monaco "basiliano" (probabilmente San Nilo o San Bartolomeo), risalente al XIII secolo, posto sulla parete a settentrione.

Chiesa di San Nilo.

Dedicata al Santo Patrono di Rossano, venne costruita per volere di Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano. Conserva opere di arte barocca tra cui la tela dell'altare maggiore di scuola napoletana raffigurante la Visione di San Nilo e due stemmi lapidei degli Aldobrandini. In occasione del I millenario della morte di san Nilo (2004) è stato innalzato un monumento di bronzo in piazza SS Anargiri, nel cuore del centro storico. Personaggio di talento e di vasta cultura, di temperamento forte e austero, a seguito di una grave malattia e di una crisi mistica abbandonò la famiglia rinunciando agli agi della sua condizione sociale e si fece monaco. L'opera letteraria di San Nilo non si limita alla mera trascrizione di codici antichi ma si allarga a una serie di interventi che fanno di lui uno scrittore non solo di testi patristici, agiografici, ascetici, liturgici, ma anche di testi profani greci e latini, inni e poesie. San Nilo fondò vari monasteri, tra cui, prima della morte, anche la famosa Badia di Grottaferrata alle porte di Roma, il centro monastico bizantino-greco più importante d'Europa.

Oratorio della Panaghìa.

Secondo alcuni studiosi sarebbe coevo dell'oratorio di S. Marco (sec. X), altri lo datano all'XI secolo. Presenta una pianta rettangolare, a navata unica (7 m. * 4,5 m.), tetto a doppio spiovente, ingresso unico, abside semi-cilindrica orientata perfettamente ad est, nonché l'aggiunta di una costruzione addossata al lato lungo di settentrione.
L'interno prende luce attraverso sei finestre, poste simmetricamente nella parte alta dei lati lungi della chiesa: tre delle quali - monofore con arco a tutto sesto - sul lato meridionale e altre tre, con identiche caratteristiche, poste sul lato settentrionale.
L'abside, di forma semi-cilindrica, elevata di 1,20 m. dal piano pavimentale interno, è coperta da una cupola con semicatino ed è sforata da tre finestrelle a feritoia e da una bifora con archivolto di mattoni sorretto da una colonnina centrale. Nell'interno della chiesa, con tetto ligneo a capriata e travatura a vista, si conservano tuttora vari reperti venuti alla luce durante i primi lavori di ristrutturazione (1931), mentre, sul versante di settentrione, una porta attigua all'abside immette in uno stretto ambiente illuminato da due finestre, provvisto di un'absidiola asimmetrica.
Dei dipinti si conservano ancora una tela con Visitazione del XVI secolo e un affresco del XIV riproducente un'icona di S. Giovanni Crisòstomo.

Chiesa di San Bernardino.

Un tempo parte di un convento di frati minori, fu fondata nel '400 dall'arcivescovo Matteo saraceno come chiesa annessa al convento dei Riformati, venne intitolata dal presule al suo maestro S. Bernardino da Siena. Possiede due navate: quella centrale con tetto a capriata e sfinestrata, appare slanciata a motivo della sua altezza cui conferisce risalto lo splendido altare maggiore; quattro arcate campeggiano sulla navata di sinistra dove si trovano alcune cappelle gentilizie. Contiene notevoli opere d'arte, come un crocifisso del XVII sec.

Palazzo San Bernardino - Casa della Cultura.

Si iniziò a costruire nel 1428 fino al 1462 dall'arcivescovo Matteo Saraceno e affidato, prima alla cura dei Minori osservanti, poi dei Riformati. Al suo interno, sino alla fine del 700, era ospitato il Sedile chiuso di San Bernardino dove si riunivano gli esponenti di famiglie patrizie.  Soppresso nel 1809 fu poi sede della Sotto Intendenza, poi sotto-Prefettura e per anni di scuole pubbliche, infine sede del palazzo di città. Oggi ospita convegni nelle Sala Rossa, Sala Grigia, e manifestazioni teatrali e musicali nel chiostro. Ai piani superiori sono ubicati alcuni uffici e la c la biblioteca comunale.

Teatro Paolella.

Del 1760, fu realizzato per volontà di Candido Amantea e progettato da padre Benedetto Novellis dell'ordine di S. Francesco, insigne matematico e architetto. E' stato proprietà Paolella dal nome del proprietario che aveva sposato Rosina Amantea e successivamente di Michele Murano. Nel 1937 per successione legittima il teatro passa alla signora Achiropita Murano e quindi ai suoi figli, i Posterivo, fino al 2002, data in cui per atto del notaio viene trasferito al comune di Rossano. Negli anni '50/'60 del Novecento è stato usato come cinematografo. Nel 2009, dopo un attento e scrupoloso lavoro di restauro, è sta trasformato in teatro ed ospita varie rappresentazioni teatrali, musicali, di danza, ma anche venti prettamente culturali.

Villa Labonia.

Originariamente giardino di pertinenza di un palazzo gentilizio, poi demolito, rappresenta, con la sovrastante piazza San Bartolomeo, un centro di aggregazione importante nell'ambito del centro storico. Costituita da un anfiteatro naturale e da un'ampia area verde, è strutturata in tre terrazzi panoramici. In estate e in primavera ospita concerti, eventi e manifestazioni culturali.

Le antiche porte di accesso alla città.

La struttura edilizia del centro storico è a forma di foglia di vite ed è uno degli esempi più suggestivi di urbanistica bizantina. Da questo circuito, di cui Rossano si circondò a partire dal periodo medievale, si aprivano sette porte: Porta Rupa, Porta Nardi, Porta Giudecca, Porta Melissa, Porta Cappuccini, Porta Portello, Porta dell'Acqua. Purtroppo di queste, sopravvivono solo Porta dell'Acqua e Porta Giudecca. La prima si trova alla confluenza tra via Vittorio Emanuele e Corso Garibaldi. Collega con il quartiere di Vale e prende il nome dalla fontana esterna che si trovava qui da cui il popolo attingeva l'acqua potabile. La via doveva essere molto transitata, perché vicina al popoloso quartiere del Ciglio della Torre, e infatti, sulla parete rocciosa che costeggia la via la devozione popolare ha impresso ben sei edicole votive nel breve spazio di 100 metri circa. La seconda è posta sul versante orientale della collina su via XX settembre. E' così chiamata perché immetteva nel rione abitato dagli ebrei, dove oggi sorge il quartiere di san Martino con l'omonima chiesa. La porta presenta un arco a tutto sesto, retto da due pilastri in pietra. Ai lati sono presenti due fori nei quali veniva fissato il palo daziario per controllare e far pagare la merce in entrata. Porta Portello si trova nel quartiere del Ciglio della Torre nella parte in cui si accedeva alle prigioni. Attraverso questo percorso si ricevevano aiuti dalla montagna o si trovava scampo in caso di pericoli. L'accesso alla porta, recentemente ristrutturato, è ubicato all'ingresso del tunnel del Traforo nei pressi del parcheggio. Porta Rupa immette su una strada mulattiera tra le più caratteristiche di Rossano, soprattutto per il panorama che offre sulle montagne rosse caratteristiche del paese. Da qui s'incontra, inoltre, la piccola chiesa di Santa Maria del Pilerio.

La zona della Graecìa.

Col nome Graecìa si indica oggi la zona bassa dell'abitato dove in epoca bizantina esistevano numerose grotte eremitiche e lauritiche naturali o ricavate scavando nella roccia facilemnte malleabile, alcune delle quali tuttora visibili, altre meno perché ricomprese in proprietà private. Nel borgo antico ne sono stati individuati tre diversi gruppi: al rione Pente, al rione S. Nicola al Vallone e nella zona sottostante l'oratorio di San Marco. Altre grotte si trovano nella contrada rurale Calamo.

La zona dello Scalo.

Ancora gli inizi degli anni '60 del XX secolo, Rossano si identificava essenzialmente con il suo centro storico. Lo spostamento verso la pianura e la marina comincia ad avvertirsi e a verificarsi con la crisi delle aree edificabili. Fu questo il motivo che determinò la nascita e lo sviluppo dello Scalo, una tipica marina jonica sorta attorno alla stazione ferroviaria che, col passare del tempo, ha assunto le caratteristiche urbanistiche di una vera e propria città. La macchina armonica dell'artista locale Pino Savoia dà il benvenuto nella città; spostandosi verso il centro si arriva a piazza Bernardino Le Fosse dove ritroviamo due importanti opere contemporanee: Il giocattolo del vento e la statua bronzea denominata "il mio tempo non fugge" dell'artista romano Erminio Franchi. Attorno ad essa le principali vie dello shopping.

Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli.

Allocato in una caratteristica residenza di impianto quattrocentesco, sulla strada statale 106, narra una delle più affascinanti storie industriali italiane, con documenti, strumenti, macchinari, curiosità e una raccolta delle scatolette metalliche decorate con le inconfondibili immagini della produzione aziendale. Sull'altro lato della strada, la ciminiera segnala la presenza della fabbrica, anch'essa visitabile. E' un dato accertato che la liquirizia migliore cresca in Calabria. Conosciuta da circa 35 secoli, la radice della Glycyrrhiza glabra ha trovato condizioni ottimali proprio in queste terre, dove prolifera spontaneamente. Le proprietà benefiche del succo di liquirizia furono sfruttate fin dal XVI secolo da numerose imprese calabresi. Tra le tante furono i baroni Amarelli a intraprendere un'autentica svolta industriale, con la fondazione, nel 1731, dell'attuale "concio". Seguirono il grande sviluppo del XIX secolo e l'incremento, nonostante le numerose crisi del settore, della produzione nel XX secolo.

Lido Sant'Angelo. 
Il borgo dei pescatori si concentrava un tempo esclusivamente attorno alla chiesa di S. Angelo, conosciuta anche come "Maria Stella del Mare" e alla vicina Torre di S. Angelo, una torre di guardia per l'avvistamento di navi piratesche saracene, fatta costruire a metà del '500 dagli aragonesi. Per la sua massiccia struttura di fortificazione militare, dotata di artiglieria e di un corpo di cavalleria, fu un ottimo presidio di tutela del comprensorio, sempre risparmiato dagli attacchi dei turchi. Restaurata nel 1995, oggi ospita manifestazioni culturali di vario genere (mostre di quadri, mostre-mercato d'artigianato, spettacoli teatrali e musicali, saggi di danza, sfilate di moda, presentazioni di libri e altro).

Polo turistico della Zolfara.

Incastonato nella splendida cornice della costa ionica, la principale attrazione è l'Acquapark dissea 2000 con svivoli adrenalici e zone relax pensate per le famiglie. Nell'area sono sorti villaggi turistici e case vacanze.

Oasi dei Giganti di Cozzo del Pesco.

E' possibile organizzare escursioni attraverso sentieri e mulattiere fino all'oasi dei Giganti, dove si ammirano esemplari di castagno dalla circonferenza notevole, raggiungendo i 9 metri a petto d'uomo e 13 metri alla base, con altezze che superano i 20 metri, posti a dimora dai monaci basiliani contestualmente all'edificazione dell'Abbazia del Patire. Questo monumentale castagneto conta 102 piante e nel 1998 è stato istituito come oasi naturalistica affidata al WWF. La fauna è ricca e variegata e i grandi alberi sono il rifugio per il gatto selvatico, la martora, la volpe, la faina, la donnola, o la puzzola. Anche il cinhiale non disdegna di fare una capatina nell'oasi. Sono presenti i rapaci diurni e notturni come la poiana e il gheppio, il gufo, il barbagianni o l'allocco. Tra gli uccelli è possibile trovare il picchio, la ghiandaia o il merlo.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

CORIGLIANO.

E' probabile che il suo nome derivi da Korionelaion (giardino di olio) e che sia stata fondata dopol'anno mille dagli abitanti di San Mauro, ma gli insediamenti umani nell'area di Corigliano risalgono sicuramente alla preistoria, come è testimoniato dai ritrovamenti nel teritorio. Un possente castello domina dall'alto il paese, il cui nucleo ebbe origine in età medievale, quando gli abitanti della pianura cercarono dimore più sicure. Sulle ultime propaggini settentrionali della Sila Greca, ha un nucleo antico dal fitto tessuto, disposto a gradinata su un colle, con strade strette e suggestive.

Il territorio di Corigliano è ricco di agrumeti che durante la fioritura emanano il tipico profumo delle zagare; oltre alle tradizionali colture dell'arancio e del limone, negli anni '30 del Novecento nelle pianure di Corigliano e Sibari hanno trovato il loro habitat ideale le clementine, frutto di un incrocio tra arancio amaro e mandarino, che per la loro particolare qualità hanno meritato il marchio IGP.

Castello Ducale.

Risalente al secolo XI, il Castello Ducale di Corigliano Calabro si trova nel cuore del centro abvitato del comune omonimo. Viene considerato uno dei più belli dell'Italia meridionale Fu Roberto il Guiscardo nel 1073 a volerne la cosuzione. Successivamente, il Re Tancredi di Sicilia concesse in feudo l'intero territorio a Ruggero Sanseverino di Bisignano nel 1192 e rimase nella loro proprietà sino all'acquisizione da parte dei Salluzzo. Nel 1822 passò sotto la dominazione di Compagna dopo l'acquisizione da parte della Mensa arcivescovile di Rossano nel 1970 e successivamente venne trasferito alla proprietà del comune. Il Castello ducal, a seguito di un restauro urato 14 anni, dal 1988 al 2002, il 15 dicembre venne consegnato ufficialmente alla comunità locale. Una notizia, comunque, che destò un po' di scalpore considerando la storia di un posto a sempre simbolo tangibile del potere feudale e baronale nel territorio della sibaritide. Oggi il Castello Ducale è un monumento nazionale, con dichiarazione risalente al 1927, nonché un museo storico artistico e culturale per l'intera comunità. Pieno di stanze da visitare, tra cui si possono annoverare la prigione del monaco, le cucine ottocentesche, la cappella di Sant'Agostino, la camera da letto del barone e della baronessa, il salone degli specchi, la sala da pranzo, la torre mastio, il fossato e tante altre sale che, insieme all'oggettistica e al fascino del luogo, fanno della costruzione uno dei più bei posti dell'antica Magna Grecia. Da soottolineare anche che il piano superiore del castello viene, oggi, utilizzato per le mostre fotografiche e pittoriche, convegni, conferenze e altre manifestazioni aperte alla comunità.

Chiesa dei Santi Pietro e Paolo.

Sorta intorno al 1080 per volere di Roberto il Guiscardo come chiesa annessa alla torre-castello, nel XV secolo subì un primo ripristino con i principi Sanseverino e venne, successivamente, restaurata e arricchita in stile barocco dai duchi Saluzzo. Infine nel 1928, l'altare maggiore venne abbattuto dai baroni Compagna con l'intento di sostituirlo con uno nuovo innalzato in memoria di Guido Compagna e consacrato l'11 marzo 1929. L'imponente struttura ospita un'altra chiesa nella parte più bassa dell'edificio, denominata "la chiesetta" dell'addolorata. La facciata neoclassica mostra, sopra il portale centrale, un timpano con due cornucopie laterali, al centro della quale sono raffigurate la Tiara papale e le chiavi, simbolo dell'apostolo San Pietro. La cornice ospitava un affresco raffigurante i Santi. In cima, all'estremità di sinistra, è collocata la torre campanaria con l'orologio. L'interno della chiesa a tre navate suddivise da ampi archi su pilastri. Sulla volta centrale si scorge una cornice a stucchi, che racchiude una tela raffigurante "la consegna delle chiavi a Pietro". A sinistra dell'altare si trova una delle opere più importanti della città: la tavola dell'Odigitria, dipinta a Costantinopoli nel 1450 per volere del superiore della Basilica del Patire. Decorata su entrambi i lati, l'opera ricorda le opere bizantine: da un lato l'effigie della Madonna col manto azzurro con le tre stelle dorate, simbolo della purezza, che con la mano destra mostra il Bambino il quale con la sua mano sinistra tiene una pergamena che sancisce l'unione tra Dio e l'uomo; sull'altro lato è rappresentata la Crocifissione col sangue di Cristo che scende sul cranio di Adamo e ai due lati Giovanni e Maria. Nelle navate laterali sono disposte diverse tele settecentesche.

Palazzo Bianchi.

Oggi sede del nuovo comune di Corigiliano Rossano, venne costruito nel XVIII secolo e fu di proprietà della famiglia Mezzotero prima, della famiglia Caruso poi e infine della famiglia Bianchi. La maestosità del palazzo risalta agli occhi di chi giunge a piazza del Popolo: sin dalla sua costruzione era dotato di un grande giardino interno e di una ricca biblioteca. La nobile famiglia Caruso aveva numerosi possedimenti nel feudo di Corigliano: il loro nome viene ricordato per denominare alcune località coriglianesi come la frazione Piana Caruso, sita nella zona di montagna della città. In seguito, negli anni '90 del Novecento venne acquistato dal comune che, nel corso degli anni, ha provveduto al restauro del palazzo.

Ponte Canale.

Il ponte canale di Corigliano risale al 1480 e fu costruito, secondo una pia leggenda, su impulso di S. Francesco di Paola, per rifornire di acqua il quartiere S. Francesco. Fu eretto in mattoni di cotto con tre ordini di arcate, oggi ne sono visibili solo due, in quanto le arcate inferiori furono interrate proprio per la realizzazione della via Nova (oggi via Roma). Vi consigliamo anche di salire sul ponte canale, che è oggi un passaggio pedonale, per fotografare dall'alto via Roma e parte del Centro Storico.

Chiesa di Santa Maria Maggiore.

Chiamata un tempo Santa Maria della Platea, è probabilmente la chiesa piu antica di Corigliano, poichè venne eretta dai monaci Bizantini nel X secolo. La chiesa è stata rimaneggiata nel corso dei secoli e oggi conserva un elegante stile barocco. La facciata mostra nel timpano la statua lignea dell'Assunta. La torre campanaria, alta 36 metri, fu un tempo utilizzata anche come torre civica ed è costituita da cinque ordini (tre dei quali ancora visibili): una meridiana settecentesca con i segni dello zodiaco, quattro campane anch'esse del settecento e in cima un orologio.
Il Costantini ha realizzato diversi dipinti all'interno della Chiesa tra cui le tre tele poste sul soffitto: la visitazione di "Santa Maria ad Elisabetta", "La gloria del santissimo Sacramento "e " l'Assunzione". Di inestimabile valore le opere conservate in chiesa: una tela seicentesca attribuibile al pittore Cesare Fracanzano ("San'Agata in carcere"), il fonte battesimale del 1782 ed il pulpito ligneo intarsiato della fine del '700 dell'ebanista Agostino Fusco di Morano Calabro; ancora, tele e opere di autori locali del '700 e ben 38 pergamene contenenti atti amministrativi e notarili di notevole rilevanza storica. Sopra il portone si nota l'organo costruito nel 1757 da Pasquale Lori, recentemente restaurato e funzionante.

Chiesa di S. Antonio da Padova.

Le origini di questa chiesa sono da collocare intorno alla prima metà del 1400 quando antonio Sanseverino, conte di Corigliano, si impegnò a costruire per i frati Minori un convento in cambio della loro residenza sul pendio, da trasformare in residenza privata del conte. La particolarità della chiesa è costituita dalle cupole, uniche nel loro genere su tutto il territorio, vestite di maioliche vetresi dagli intensi colori giallo e azzurro. La facciata neoclassica è caratterizzata da due ordini sovrapposti di sei paraste; lateralmente sono collocate quattro nicchie dove alloggiano le statue dei santi. Maestoso il portone di bronzo dal quale si accede alla chiesa, realizzta nel 1981 dallo scultore locale Carmine Antonio Cianci. La pianta della chiesa è a croce latina. L'ampia navata centrale è anticipata da una cantoria retta da due colonne ed è dotata di un organo settecentesco realizzato dal napoletano Filippo Basile; sul soffitto della navata centrale troviamo un dipinto di Saverio Ferrari (1740), che raffigura S. Francesco durante la visione crocifisso. Nelle sei cappelle laterali sono tele di artisti napoletani del Settecento.  L'altare maggiore è in marmo policromo del XVIII secolo. Nella sagrestia vecchia troviamo un Cristo in Croce in legno del XVIII secolo e il Mausole a Barnaba Abenante (che nel 1522 fu barone di Calopezzati).

Chiesa e convento di San Francesco di Paola.

Questa chiesa dedicata al Santo Patrono della città è posta a fianco dell'omonimo convento dei frati Minimi. L'intero complesso venne costruito dal Santo che rimase a Corigliano dal 1476 al 1478. Il campanile, in mattoni, ospita nella parte più alta un orologio per ogni lato della torre campanaria. La chiesa è ad una sola navata con un bellissimo soffitto a cassettoni. L'altare principale, realizzato in marmo policromo intarsiato del Settecento, ospita alle sue splale un bellissimo coro ligneo. Nel presbiterio si può ammirare una grande tela raffigurante il Trionfo del nome di Gesù (XII secolo) e ancora una Santissima Trinità dello stesso periodo. All'interno del santuario sono conservate alcune preziose reliquie del Santo paolano: un pezzo della sua canna, un cordone e un crocifisso di ottone. Il busto ligneo che rappresenta San Francesco contiene un reliquiario d'argento che custodisce un pezzetto del costato del Santo. All'esterno si può ammirare la statua di San Francesco realizzata nel 1779 per volere del duca Giacomo Saluzzo, in ricordo dell'intervento del Santo durante il terremoto del 14 luglio 1767 che salvò la città e i coriglianesi dalla catastrofe. Nel convento, invece, sono ancora visibili alcune pareti interamente affrescate che raccontano alcuni episodi della vita del Santo.

Il Romitorio.

Detta anche San Franceschiello, in dialetto, la piccola struttura, costituita da un'ala edificata davanti ad una più antica dalla quale è separata da un arco a pieno centro, è stata eretta nel punto dove sorgeva la capanna che ospitò San Francesco durante il suo soggiorno a Corigliano. Il santo aveva rifiutato l'ospitalità prima dei Sanseverino e poi di altre famiglie nobili, preferendo dimorare nel bosco. Il Romitorio è abbellito al suo interno da affreschi raffiguranti la vita del Santo e risalenti al 1636. Il soffitto, invece, venne decorato nel 1950 da Emilio Juso. All'interno, protetta da un vetro, è conservata la pietra su cui il Santo riposava.

Arco di San Gennaro.

E' situato a pochi passi dal santuario di San Francesco, nel cuore del borgo antico. Al centro della piazza antistante iluogo di culto, intitolata a Vittorio Veneto, si trova il monumento ai caduti coriglianesi di tutte le guerre. L'arco serviva come passaggio tra la piazza e il rione Vernuccio, tramite una serie di gradoni. Si ergono due statue di calce, rappresentanti San Gennaro e Sant'Antonio da Padova con ai piedi lo stemma di Corigliano. Venne eretto nel 1854 da Gennaro Bomparola, fratello del più famoso Tommaso Bomparola, medico illustre che visse e lavorò a Napoli dal 1815 fino alla morte. Gennaro Bomparola, sindaco di corigliano (1853-1856) è ricordato come colui che durante il suo mandato migliorò la viabilità e l'illuminazione pubblica del centro storico.

Chiesa di Sant'Anna.

Sorge fuori dal centro storico, su un colle donato ai cappuccini dal clero della parrocchia di san Pietro. La sua costruzione fu fortemente voluta dai monaci, attribuita in particolare a Padre Matteo Persiani, intorno al 1582. Alla chiesa si accede mediante una stupenda e ripida scalinata realizzata agli inizi del Novecento. La facciata principale, di stile barocco, e di tipo "orizzontale" a due spioventi, dedicata a Santa Maria di Loreto, è caratterizzata da un portone centrale sovrastato da una lunetta che accoglie tre affreschi, di cui solo uno oggi è ancora visibile, rappresentante una Madonna col Bambino. Nella parte più alta è collocato un grazioso campanile a vela.La chiesa è cpomposta da una sola navata e da tre cappelle sul lato sinistro, appartenenti ad altrettante nobili famiglie coriglianesi e magnificamente decorate e abbellite da affreschi attribuiti ad artisti napoletani e stranieri. Sopra l'altare maggiore è collocatoil maestoso Polittico, realizzato da Ippolito Borghese, contenuto in una struttura lignea divisa in sei riquadri., raffigura nella parte più alta la Crocifissione, ai lati San Ludovico da Tolosa e San Bonaventura.

Schiavonea.

Il borgo marinaro, ormai di Corigliano Rossano, è dotata della più grande flotta peschereccia della calabria con il secondo porto più importante della regione, costituendo quindi un'importante arteria commerciale della città. E' noto anche per la fluente attività turistica che lì si concentra sioprattutto durante il periodo estivo: sono numerosi gli stabilimenti balneari, i cocktails bar e le discoteche, tra il lungomare e la piazzetta Portofino.

Vedi anche Lido Sant'Angelo a Rossano.

Quadrato Compagna.

Detto anche "Palazzo delle Fiere", fu costruito nel 1850 per volere del barone Luigi Compagna allo scopo di creare un grande e comodo edificio in cui ospitare gli importanti scambi commerciali che in quel periodo si svolgevano a Schiavonea. Nel corso del XIX secolo, si tenevano a Corigliano tre fiere dove si commercializzava prevalentemente il bestiame: la fiera di San Marco in località Pendino, la fiera dell'Ascensione e la fiera dei Morti (2 novembre). Queste ultime, vennero spostate appunto nel nuovo edificio e duravano ben 8 giorni. L'imponente costruzione di forma rettangolare ha il lato maggiore che misura 138,50 metri e quello minore 73,50 metri. Su ogni lato una porta d'ingresso, che prendono il nome a seconda dell'esposizione geografica: la principale è la Porta Corigliano; dal lato opposto la Porta del Mare; agli altri due lati Porta Rossano e Porta Cassano.

Torre del Cupo.

Venne costuita nel 1601 con lo scopo di realizzare una vedetta da cui controllare la costa. Rientrava nel programma difensivo spagnolo che dislocava, lungo le coste meridionali, una fitta rete di torri di difesa utili a segnalare, l'un l'altra, eventuali intursioni turche. Le spiagge, invece, nelle ore diurne e notturne, erano sorvegliate da sentinelle a cavallo che in caso di sbarchi nemici, con segnali di fumo, avvertivano i soldati che picchettavano la torre.

Chiesa di Santa Maria Ad Nives.

L'origine del santuario è legata alla leggenda di Antonio Ruffo, una sentinella della vicina Torre del Cupo che, mentre osservava la chiesetta di San LEonardo, una notte vide apparirgli la Vergine che lo incaricò di andare dal duca Agostino Saluzzo a dirgli che la "Signora" desiderava che in quel preciso luogo venisse costruito un santuario. Il Duca, ascoltato questo racconto, iniziò la costruzione della chiesa nel 1649. A pianta ottagonale, arricchita all'interno da splendidi marmi policromi intarsiati, è stata la cappella di famiglia dei duchi Saluzzo prima e dei baroni Compagna dopo. Questi ultimi, nell'Ottocento, fecero cosrtuire al suo interno un mausoleo per i propri cari. Nel 1835 vi fu sepolto il barone Giuseppe Compagna. Un angelo in marmo, dello scultore Francesco Ierace di Polistena, veglia sulla porta della piccola cappella funebre. Dietro l'altare maggiore è collocata la tela che rappresenta la Madonna della Schiavonea (o Madonna nera) a cui oggi la parrocchia è dedicata. Sull'altare di destra si può ammirare una tela raffigurante S. Anna e Maria bambina. Sull'altare di sinistra è posizionata una nicchia contenente un Crocifisso e le statue di San Giovanni e Maria ai piedi della croce.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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