Mèlito di Porto Salvo

I vasti agrumeti che ancora circondano il centro peschereccio, meta turistica estiva, producono il pregiato bergamotto, la cui coltura venne introdotta nel XV secolo. Qui, nel tratto più meridionale della costa calabra, ben due volte sbarcò Garibaldi.. La prima, nel 1860, dopo aver liberato la Sicilia con l'impresa dei Mille (lo ricorda anche una lapide dove avvenne lo sbarco); la seconda nell'agosto del 1862, per muovere alla volta di Roma. Ma l'impresa si sa, fu fermata dall'esercito regolare sull'Aspromonte. Nei pressi della vicina frazione di Porto Salvo sorge il santuario di S. Maria di Porto Salvo, di origine cinquecentesca e molto rimaneggiato nei secoli, eretto dai marinai in un punto in cui la costa offriva un sicuro rifugio alle imbarcazioni. La più frequentata tra le sue spiagge è quella di Annà, un lungo arenile sabbioso che si estende pochi chilometri a ovest dell'abitato.

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Pentedàttilo.

Pentedàktylos, ovvero "cinque dita". Con i suoi cinque strani pinnacoli, sembra davvero una gigantesca mano la roccia di arenaria che sovrasta il borgo, frazione di Melito Porto Salvo, uno dei più caratteristici e suggestivi della Calabria dal punto di vista paesaggistico e architettonico, mirabile esempio dell'adattamento dell'insediamento alla natura del terreno. Aggrappato al declivio di una rupe rossastra con straordinario effetto scenografico, è un labirinto di stradine, tetti, case in pietra con archi e balconi, ridotto a una sorta di "paese fantasma" per il trasferimento dei suoi abitanti nei recenti quartieri sorti più a valle. Ma oggi si possono riconoscere i segnali di una nuova attenzione per questo straordinario insieme di roccia e architetture spontanee, con il tentativo di scongiurare i pericoli dell'abbandono e dell'incuria nel desiderio di preservare questa irripetibile realtà. Di sicura origine bizantina, il piccolo centro fiorì nei secoli XIII-XV e divenne in seguito feudo degli Alberti, che lo tennero fino al 1685. Nella parte più alta del paese sono i resti del castello, di fondazione medievale ma rifatto nel XVI secolo.

La tragedia degli Alberti.

I ruderi del castello degli Alberti a Pentedàttilo, i muri ancora intatti della chiesa e di molte abitazioni narrano la storia di un'agonia consumatasi lentamente negli ultimi tre secoli. Dentro quei ruderi, appoggiati alla "roccia fatale", si consumò la tragedia degli Alberti che suscitò un vasto sgomento anche in luoghi lontani e che ci viene narrata da documenti scritti, da storie locali e da testimonianze popolari. Da tempo esisteva un'accesa ostilità tra i signori del feudo di Pentedàttilo e quelli del feudo di Montebello. Bernardino Abenevoli Del Franco, barone di Montebello, si innamora di Antonia, figlia del marchese Francesco Alberti, il quale assume un atteggiamento ostile per il possibile matrimonio. Nell'aprile del 1685 muore il vecchio marchese e gli succede il figlio Lorenzo, che incoraggia il fidanzamento tra la sorella e don Petrillo Cortez, fratello della sua promessa sposa. Bernardino medita un'atroce vendetta per le nozze rifiutate: nella notte di Pasqua, il 16 aprile 1686, entra nel castello con circa 40 uomini armati. Vengono uccisi Lorenzo Alberti, la marchesa madre, Simone e Anna Alberti di 16 e 9 anni e altri familiari. Antonia viene violentata e rapita. La notizia dell'eccidio si diffonde rapidamente a Reggio e Napoli: il vicerè invia numerosi reparti di fanteria spagnola, don Petrillo viene liberato, Antonia rinchiusa nel Conservatorio della Presentazione. Dell'Abenevoli, riuscito a fuggire, si ebbero solo notizie leggendarie. La memoria popolare non nasconde una sorte di dolore e di senso di colpa collettivi e avverte il sangue versato come origine della maledizione che colpisce Pentedàttilo fino a farlo diventare un paese morto. Già nel XVII secolo gli abitanti del borgo arroccato alle prime falde dell'Aspromonte cominciano a trasferirsi in terreni più favorevoli e meglio coltivabili. Il terremoto del 1783 sconvolge la rocca, distrugge la chiesa e numerose abitazioni; le alluvioni e il grande esodo degli anni '50 del Novecento determinano il progressivo spopolamento del paese.

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