San Marco Argentano

 San Giovanni in Fiore

Questo popoloso centro notevolmente cresciuto verso la metà del Novecento per le rimesse degli emigrati, si dispone su uno scosceso pendio che ha imposto strade strette e sinuose, un tempo tutte lastricate in pietra.

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Centro storico.

Meritevoli di una visita nell'abitato sono la Chiesa Matrice dedicata a Santa Maria delle Grazie, edificata verso il 1530 ma rifatta nel 1770, e la chiesa di S. Antonio, eretta nel 1639.

Abbazia Florense.

Eretta all'inizio del Duecento ma rimaneggiata nel XVI e XVII secolo, la chiesa conserva l'imponente portale originario in pietra, con archi a sesto acuto e capitelli a palmette. Come nella maggior parte delle chiese cistercensi, l'interno è a croce latina con unica navata, povero e severo come voleva essere lo stile di vita dei monaci. Dalla cappella di destra, oggi adibita a sagrestia, per una scala a chiocciola di pietra coeva alla costruzione della chiesa si accede al campanile, alla cui sommità si trova una campana del XV secolo. L'abside centrale presenta tre finestre ad arco acuto, sopra le quali si aprono altrettante finestre circolari quadrilobate, che disegnano un triangolo equilatero all'interno del quale è racchiusa una finestra esalobata. Questa particolare disposzione ha fatto supporre una relazione con la simbologia rappresentata da Gioacchino nel suo Liber figurarum: l'apertura centrale rappresenterebbe la Trinità e le tre piccole il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Fastoso è l'altare, impreziosito da una monumentale cornice settecentesca che culmina con la statua di S. Giovanni Battista, patrono della cittadina; gli stalli lignei del coro risalgono alla seconda metà del XVII secolo. Nella cripta è conservata l'urna con le spoglie di Gioacchino da Fiore. Nella piazzatte che precede la chiesa è visibile un arco normanno entrato a far parte dell'immagine stessa di San Giovanni in Fiore. Probabilmente è l'unico superstite di una serie di archi posti nelle strade di accesso all'abbazia e alla città stessa.

Museo demologico.

Allestito in alcuni ambienti alle spalle dell'Abbazia Florense, è costituito da materiali documentari che vanno dal XVIII secolo fino alla metà degli anni '50 del Novecento: le diverse sezioni sono dedicate ad attrezzi di lavoro, economie, tecniche e produzioni tradizionali, atti e documenti della storia sociale, cultura del paesaggio e dell'architettura, cultura cerimoniale magica e religiosa, cultura orale e musicale, cultura figurativa e ideologica. Le sale ospitano inoltre l'Archivio di Saverio Marra, fotografo sangiovenese. Le oltre 2500 fotografie e lastre, eseguite in Calabria tra il 1914 e il 1946, costituiscono un documento prezioso per la conoscenza della realtà socioculturale del mondo popolare calabrese nella prima metà del Novecento.

Costumi tradizionali e cultura popolare.

Si chiama rituortu il tradizionale costume femminile di San Giovanni in Fiore. E il suo nome deriva dal particolare copricapo in lino bianco, elemento caratteristico e insostituibile dell'abito che le donne sfoggiavano nelle occasioni più importanti. Una corta giacca di stoffa nera, detta corpittu, spesso in velluto e con maniche larghe che si arrestano al gomito, ricopre la camicia, con una scollatura abbellita da un bordo di pizzo al tombolo. Sempre nera la gonna, ampia e pieghettata, di cotone o di flanella a seconda delle stagioni, accompagnata dal sinadettu, un grembiule nero di stoffa più pregiata e impreziosito da un orlo di merletto. Immancabili i gioielli in oro, con la collana formata da grani sferici vuoti (jenacca), gli orecchini pendenti, lo spillone per fermare il copricapo (spinguda) e la spilla (motrò) che chiudeva la camicia sul davanti. I costumi tradizionali rappresentano uno degli aspetti più importanti e caratteristici della cultura popolare. Se oggi è raro vederli indossati, il Museo demologico presenta una parte del ricchissimo archivio fotografico di Saverio Marra. Nei suoi scatti si scopre che il rituortu era il vestito delle nozze, ma anche l'abito che le donne iondossavano nelle feste e nelle cerimonie religiose, come nelle ricorrenze delle sempre numerose famiglie. Ma era anche l'abito dei giorni di lutto, quando il copricapo bianco si velava di nero e i lunghi capelli, solitamente raccolti in piccole trecce ai lati delle tempie e in due crocchie sulla nuca, pendevano sciolti e scarmigliati in segno di dolore.

Storia e sviluppo urbano.

La storia dell'abitato è intimamente legata alla figura di Gioacchino da Fiore, nato tra il 1130 e il 1136 a Célico, presso Cosenza.Cresciuto in una famiglia agiata, dopo una movimentata esperienza di vita giovanile e in seguito a un pellegrinaggio in Terra Santa, Gioacchino si ritirò in preghiera e meditazione, divenendo monaco cistercense. Fu abate prima della Sambucina di Luzzi, poi nell'abbazia di S. Maria di Corazzo presso Carlòpoli, ma nel 1189 papa Clemente III lo esonerò dai doveri di abate per permettergli di dedicarsi profondamente agli studi. Scelse la Sila per fondare con pochi seguaci un eremo, in una località che egli stesso chiamò "Fiore Nuovo". Costituì un nuovo ordine monastico, approvato con bolla pontificia nel 1196, e in breve tempo il protocenobio florense venne considerato per prestigio e ricchezza alla pari dei più affermati e potenti monasteri calabresi. A partire dal XVI secolo crebbe attorno al monastero un nucleo abitato, che s'incrementò progressivamente nei secoli successivi.

 
 
 
 
 
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