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Vibo Valentia

Incantevole è il centro storico di Vibo Valentia dominato dall’antico Castello normanno-svevo che oggi ospita, al suo interno, il Museo Archeologico“Vito Capialbi”, ricco di reperti archeologici italiani, greci e romani; ceramiche medioevali ed oggetti rinascimentali. Di notevole effetto artistico è sicuramente il Duomo, in stile barocco, e dedicato al patrono San Leoluca, le cui porte in bronzo, opera dell’artista Giuseppe Niglia, raccontano molto sulla storia di questa terra. Interessanti e da visitare sono inoltre le rovine di “Hipponion”, comprendenti le grandi mura del VI e V sec. a.C. e  alcune torri della vecchia città.

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Distesa su un fertile altopiano all'estremità nord del promontorio di Tropea e Capo Vaticano, Vibo Valentia vanta numerosi tesori archeologici e artistici, come il prezioso trittico di Antonello Gagini nel Duomo e le piccole figure in bronzo di Cosimo Fanzago custodite nel Museo d'Arte sacra, segnate dal terribile sisma che rase al suolo la certosa di Serra San Bruno. L'abitato si compone di due parti: una moderna, in basso, con un tracciato regolare di vie rettilinee e ampie piazze, e una ai piedi del castello, di atmosfere medievali con nobili palazzi affacciati su viuzze strette e tortuose. Dall'alto, nei giorni di cielo terso, la vista abbraccia un immenso tratto di costa, che da Palinuro si allunga fino a riconoscere la sagoma lontana dell'Etna. Appena fuori città si vedono le rovine dell'antica Hippònion, fondata alla fine ddel VII secolo a.C. e identificata dall'archeologo Paolo Orsi nel 1921.

Storia e sviluppo urbano.

Un leone rampante su tre colli raffigurato nello stemma della città ricorda il periodo normanno, quando il borgo, allora chiamato Monteleone, divenne un centro militare di grande importanza per il controllo dell'entroterra e delle principali vie di traffico costiere. Ma il toponimo attuale, recuperato nel 1928, si ricollega alla storia più antica: Veip, da cui Vibo, era il nome con cui le popolazioni bruzie designarono l'insediamento preellenico sorto in quest'area. Valentia era invece chiamata la colonia romana, sorta nel 144 a.C. con la conquista della greca Hippònion. Così, alle origini della città si ritrova una continuità di insediamento, pur nel variare di genti e nomi, che conferma l'importanza strategica della posizione e il suo naturale riferimento al mare. Resti di una grandiosa cinta muraria greca, un imponente castello, silenziosi quartieri medievali, antiche chiese e nobili palazzi dai portali in pietra raccontano come in un mosaico la storia della città, promossa nel 1992 a capoluogo di provincia. Il 3 luglio 2006 un improvviso e violento nubifragio provocò ingenti danni agli edifici e alle strutture urbane.

Duomo.

Fulcro della parte bassa dell'abitato, è una solenne architettura barocca dall'ampia facciata stretta tra due campanili, rimaneggiata nell'Ottocento. Innalzato tra il 1680 e il 1723 secondo i progetti dell'architetto e pittore locale Antonio Curatoli, sorge sui resti di una chiesa medievale distrutta dal terremoto del 1638, a sua volta eificata sull'area di una basilica bizantina antecedente il IX secolo. E' dedicato a San Leoluca, patrono della città, alla cui storia millenaria si ispirano le porte in bronzo dello scultore calabrese Giuseppe Niglia (1975). Grandi statue in gesso e decorazioni in stucco del 1810 ornano l'interno, con navata unica e cappelle laterali; alcune tele nelle volte e nei cornicioni sono state dipinte da Emanuele Pàparo, sacerdote-pittore che, a cavallo tra Settecento e Ottocento, realizzò anche per altre chiese della città opere ispirate al rinascimento e al barocco. Una tavola cinquecentesca raffigurante la Madonna della Sanità con due santi domenicani, forse della bottega di Giovanni Angelo d'Amato, orna la seconda cappella a sinistra, preceduta da un Crocifisso cinquecentesco ma di forme più arcaiche, mentre il settecentesco altare maggiore, in marmi policromi accoglie una Madonna della Neve, statua in marmo bianco di Carrara realizzata da Annibale Caccavello (XI secolo). L'opera più importante si trova però nel transetto sinistro, dove un altare ricomposto nel 1811 accoglie nelle nicchie un trittico di Antonello Gagini (prima metà del XVI secolo). Se la slendida Madonna delle Grazie nella nicchia centrale rappresenta una felice sintesi delle forme morbide e armoniose proprie delle figure dello scultore siciliano, la statua a tutto tondo della Maddalena, dal mosso e realistico panneggio, è un autentico prodigio di statica, con un gruppo unico di cinque elementi che non poggiano nella nicchia.

Valentianum.

Accanto al Duomo sorge il grande complesso dell'ex convento dei Domenicani, eretto nel 1544 e rimaneggiato il secolo successivo. Restaurato nel 1982, accoglie un istituo scolastico, associazioni culturali e il Museo d'Arte sacra, che espone opere provenienti dal Duomo, da altre chiese della città e da donazioni private. Vi sono raccolti oggetti e arredi sacri: reliquiari e candelieri in legno e argento, pianete e piviali in broccato di seta, Crocifissi in avorio o legno e numerose tele dei secoli XVI-XIX, tra i quali spicca una S. Caterina del primo Seicento dipinta dall'architetto e pittore fiammingo Wenzel Cobergher. Tra le sculture si segnalano una Madonna col Bambino e S. Luca, statue in marmo realizzate da Antonino Gagini probabilmente su disegni del padre Antonello (1536). Sono inoltre presenti numerosi plastici in gesso dello scultore calabrese Francesco Jerace, nato a Polìstena nel 1853, tra i quali un calco con il Martirio di S. Gennaro per l'altorilievo in argento della cappella del santo nel Duomo di Napoli. Di straordinaria bellezza sono le piccole figure in bronzo dorato realizzate da Cosimo Fanzago e aiuti per il ciborio della certosa di Serra San Bruno. Un tempo custodite nel Duomo, raffigurano quattro angeli adoranti e quattro santi e portano i segni del terribile sisma che nel 1783 provocò gravi danni alla certosa; le due figure di puttini alati, appartenute allo stesso monumentale ciborio seicentesco, sono opere della scuola di Fanzago.

Viale Regina Margherita.

Il rettilineo viale, fiancheggiato dai giardini della villa comunale e ombreggiato dalle fitte chiome di alberi che formano una sorta di galleria verde, è la principale arteria dell'abitato, luogo privilegiato del paesaggio. Lungo il viale si allineano alcuni monumentali palazzi tra i quali, in piazza Garibaldi, il settecentesco palazzo Gagliardi, un tempo sede del museo archeologico ora allestito nel castello. Più in basso, a ridosso del giardino comunale, c'è la chiesa del Rosario, eretta nel 1280 per i Francescani ma rifatta nell'XVIII secolo. L'originaria struttura gotica si mantiene soltanto in una cappella interna, dove sono conservati monumenti sepolcrali settecenteschi. Nella chiesa sono custodite anche sei statue lignee utilizzate nella processione del Venerdì Santo, attribuite a Lorenzo Rubino (XVIII secolo).

Corso Umberto I.

Prolungamento di viale Regina Margherita, mantiene la funzione di maggior asse commerciale della città storica, assunta nel XVI secolo. All'inizio del corso la chiesa di S. Maria Nova, già parte di un convento di Minori Osservanti, presenta un notevole portale cinquecentesco in marmo scolpito e all'interno, al secondo altare a sinistra, una tela barocca di scuola napoletana con S. Antonio di Padova, probabilmente dipinta da Massimo Stanzione. Ornano gli altari laterali grandi statue in cartapesta, realizzate nel XIX secolo da artisti meridionali; spicca tra queste un'Addolorata di bottega napoletana (1893), con un prezioso abito in seta nera ricamata in oro. Alla parete destra, la settecentesca statua lignea dell'Assunta è attribuita a Fabrizio Frangipane.

Chiesa di S. Michele.

Per la riedificazione cinquecentesca dell'antica chiesa, originaria dell'XI-XII secolo, si è fatto persino il nome di Baldassarre Peruzzi, ma l'architetto che la costruì è probabilmente Giovanni Donadio, detto il Mormando, di origine calabrese ma attivo a Napoli. Al 1671 risale il grande campanile, in origine a quattro ordini e sovrastato da una cuspide persa per un terremoto, che appare fuori scala rispetto all'edificio. Della costruzione più antica rimane la cripta, probabilmente realizzata in età normanna, formata da un vano a croce latina con stretti cunicoli e piccoli abitati, un tempo utilizzati come ossario.

Il quartiere medievale.

Stretti vicoli e scalinate in pietra e mattoni caratterizzano il quartiere ai piedi del castello, che conserva suggestive atmosfere e la seicentesca cinta muraria. Tra gli antichi palazzi nobiliari, tutti con bei portali in pietra, spiccano palazzo Cardopatri, nell'omonima via, di origine cinquecentesca ma ricostruito dopo il terremoto del 1783, e poco distante, sulla stessa via, palazzo Romei, edificio cinquecentesco, attualmente in abbandono e bisognoso di interventi di restauro. Ai piedi del castello, in via Ruggero il Normanno, si trova invece palazzo Capialbi, costruito nel luogo dell'antica sede dei governatori di Monteleone, nobile dimora dell'archeologo Vito Capialbi, umanista ed erudito locale.

Castello.

Recenti studi sull'architettura del monumento hanno messo in dubbio l'origine normanna dell'imponente fortezza, la cui struttura originaria sarebbe stata realizzata da Federico II intorno alla metà del XIII secolo e successivamente ampliata dagli angioini. Ulteriori rifacimenti avvennero nel periodo aragonese e nel XVI secolo, quando la città era un dominio dei Pignatelli, che ne fecero la propria dimora fino al 1783, anno in cui il castello venne gravemente danneggiato dal terremoto. Trasformato dai Borboni prima in carcere e poi in caserma, il castello è stato restaurato e ristrutturato per ospitare dal 1995 il Museo archeologico nazionale. L'edificio presenta una pianta irregolare, frutto della sua complessa storia, che si articola attorno a una corte centrale, dove si riconoscono pochi resti della chiesa dedicata a san Michele. Da spalti e terrazze, bel panorama verso le Serre, le montagne della Sila e il mare.

Museo archeologico nazionale "Vito Capialbi".

Istituito nel 1969 con la consegna in deposito delle collezioni Capialbi, Cordopatri e Albanese (soprattutto di ceramiche e terrecotte votive) e arricchito successivamente con reperti da savi recenti, espone materiali rinvenuti nei siti della greca Hippònion e della romana Valentia. La collezione è divisa in quattro sezioni principali: reperti dagli edifici sacri, dalle necropoli, dalle collezioni private e materiale di età romana. Alcune sale all'inizio del percorso accolgono la collezione di Vito Capialbi, una delle più interessanti della Calabria, con materiale ceramico greco e romano, terrecotte, vetri, maioliche e una ricchissima raccolta numismatica che annovera oltre 4000 pezzi di epoche diverse. Dalla necropoli greca provengono corredi bronzei, statuine fittili, gioielli in oro, argento e avorio, maschere e terrecotte architettoniche di produzione locale i numerose pinakes, piccoli e raffinati rilievi votivi in terracotta che attestano l'esistenza nella subcolonia locrese del culto di Kore-Persefone. I sedici elmi in bronzo, rinvenuti nel santuario di Scrimbia a Hippònion, costituiscono in unicum nella Magna Grecia sia per il numero dei pezzi, sia per le loro raffinate decorazioni: spesso presentano fori o deformazioni, realizzate per la consuetudine greca di danneggiare ritualmente le offerte votive alle divinità per impedirne un eventuale riutilizzo. Particolarmente preziosa e rara è una laminetta aurea del V-IV secolo a.C. con iscrizione di contenuto orfico, ritrovata in una tomba femminile della necropoli urbana. Il vasto repertorio vascolare documenta un arco cronologico dal VI sec. a.C. all'età medievale, con ceramiche attiche a figure nere, unguentari ellenistici, lucerne e ceramiche romane e medievali. Le sale al piano superiore espongono in vetrine il materiale rinvenuto in quattro aree sacre della città, con l'obiettivo di ricostruire per il visitatore le modalità del ritrovamento archeologico. Così viene proposta anche la ricostruzione di stipi votive, fosse-depositi nei pressi dei santuari, in cui i greci ammassavanogli ex voto. Tra il materiale di età romana notevoli sono il marmoreo busto di Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto e artefice dei maggiori trionfi militari del futuro imperatore, e un busto di Ottaviano, casualmente rinvenuto nel 1973 nell'area archeologia di S. Aloe.

Rovine di Hippònion.

Dell'antico insediamneto greco sono state indagte parti dell'abitato, con aree sacre e necropoli (attualmente non visitabili per motivi di tutela e conservazione), che coprono un periodo compreso tra il VI e III secolo a.C. Individuate da Paolo Orsi nei primi decenni del Novecento, le grandiose mura di cinta, composte da grossi concimdi arenaria e munite di torri, si estendevano riginariamente per un tratto di oltre 6 km. La parte più consistente e meglio conservata, venuta alla luce in località Tappeto Vecchio, è lunga circa 500 metri, ma isolati tratti di mura si possono vedere anche risalendo la strada che oggi conduce al cimitero della città. A ovest delle mura un viale conduce alla spianata del Belvedere Grande, dalla quale si gode un  ampio panorama sulla costa tirrenica, da Palinuro fino a Messina. Entro un recinto è visibile lo stilobate di un tempio dorico del VI-V sec. a.C., che, grazie alla sua posizione sulla cima del colle, dominava l'ampio golfo e segnalava la città ai naviganti. Del tempio, saccheggiato in epoca antica e utilizzato come cava di pietra, è rimasto ben poco, ma nell'area vennero ritrovati molti frammenti di decorazioni architettoniche, oggi custoditi nel Museo archeoogico di Reggio calabria. Recenti indagini hanno evidenziato la presenza sulla spianata di stipi votive e di un'altra costruzione sacra, più antica. Vestigia del municipium romano sono state invece rinvenute in località Sant'Aloe: tra queste, resti di almeno tre domus con ambienti termali dai pavimenti a mosaici policromi. Il mosaico più antico, databile al II secolo d.C., raffigura al centro una nereide a cavallo di un ippocampo in un mare pieno di delfini stilizzati.

Chiesa di S. Ruba.

A circa 2 km dalla città, lungo la statale che conduce a Soriano Calabro, la piccola chiesa risale probabilmente al XII secolo. Dell'edificio, appartenuto a un convento di Carmelitani, sono interessanti soprattutto la parte absidale e la piccola cupola in laterizio; nel XVII-XVIII secolo sono state aggiunte decorazioni barocche sia all'esterno sia all'interno.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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